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ACCADEVA OGGI…

1 July :
1921 Fondazione del partito comunista cinese a Shanghai

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Piagnistei nazionalisti

Fa davvero specie questa levata di scudi a “difesa dell’italianità” di Telecom. Proprio coloro che vent’anni prima avevano avviato il più imponente processo di privatizzazione avvenuto nella storia, oggi si dolgono per i suoi frutti avvelenati. Il problema però è che tutto questo dibattito parte da presupposti sconclusionati, e lo capiscono anche i più lucidi fra i protagonisti, come ad esempio il primo ministro Letta. Continua a leggere »

Il barometro tedesco

Come abbiamo scritto altre volte ogni tornata elettorale rappresenta, pur con tutti i limiti del caso, un barometro a cui guardare per cercare di comprendere il “clima sociale” di un paese e provare così ad intuire “che tempo farà”. Se questo ragionamento è valido il recente rinnovo del Bundestang ci prospetta “alta pressione e stabilità” nel cuore dell’Europa, una notizia tutt’altro che positiva per i milioni di proletari che da anni pagano il prezzo della costruzione del polo imperialistico europeo. Continua a leggere »

Che succede in Campidoglio?

Ieri i movimenti di lotta per la casa sono tornati a manifestare in Campidoglio chiarendo, se mai ce ne fosse stato il bisogno, che non esistono sindaci amici. Come dicevamo a suo tempo, mentre qualcuno gioiva della presunta “liberazione di Roma”, nel nostro piccolo cercavamo di mettere in guardia rispetto alle evidenti continuità politiche ed economiche con le precedenti giunte. Il rozzo tentativo del sindaco di affrontate la questione dell’emergenza abitativa ne è la conferma. Continua a leggere »

Campagna “La tortura è di Stato”. Un primo bilancio

“Ciao a tutti/e,
aderisco all’appello senza se e senza ma. Da un anno e mezzo sono agli arresti domiciliari per la resistenza di piazza del 15 ottobre a Roma.
In questo arco di tempo ho subito molte intimidazioni e minacce durante i controlli, per non parlare delle 2 o 3 ore di sonno che mi concedevano durante l’arco delle 24 ore giornaliere e solo dopo aver tanto lottato è tornato tutto quasi nella normalità. Ero fisicamente molto stanco e provato, psicologicamente distrutto sul punto di cedere all’arresto in carcere.
La mia solidarietà a tutti i detenuti che quotidianamente subiscono torture e repressione.

Mauro Gentile detenuto politico per la resistenza di piazza del 15 ottobre”

Ci piace partire da qui per fare un primo, piccolo, trasparente bilancio della campagna che appoggia la battaglia di Enrico Triaca ma, soprattutto, sta riaprendo un dibattito pubblico sulla tortura di Stato contro i militanti politici. Forse è proprio questo il punto che più ci rende felici di come sta procedendo questo impegno collettivo, sorto in fretta e furia a fine giugno dopo che la Corte d’appello di Perugia ha deciso di revisionare il processo. C’è infatti un elemento incontrastabile che balza agli occhi di tutti: la campagna sembra non parlare di Triaca, ma di un militante politico senza nome e senza tempo, di una vocazione rivoluzionaria che, ieri come oggi, incontra sul suo cammino il braccio armato dello Stato. Continua a leggere »

Verso Damasco: le contraddizioni della “fase imperialista globale”

Collettivo “Noi saremo tutto” Genova

E pertanto, per ritornare all’argomento principale, se è vero che in una determinata specie di guerra la politica sembra scomparire completamente, mentre in un’altra essa diviene preponderante, si può tuttavia affermare che in entrambi i casi la guerra costituisce un atto politico. (Karl von Clausewitz, Della guerra)

 

Ognuno per sé e Dio per tutti

Ciò che in queste frenetiche ore sta accadendo dentro le Cancellerie imperialiste internazionali è impossibile saperlo. Un fatto sembra, però, facilmente accertabile: tutti hanno l’esatta percezione che l’avventura siriana sarà qualcosa di ben diverso dai reiterati interventi militari susseguitisi a partire dalla Prima guerra del Golfo. Da quel 1991 molte cose sono cambiate. Di ciò abbiamo cercato di rendere conto in una serie di articoli passati. Continua a leggere »

Dicono i muri


Tribunale del popolo

Cancelliere: “Compagni silenzio, entra la corte!”
Presidente: “Introducete l’imputato”
Cancelliere: “Questo tribunale è costituito dai compagni Bruni, meccanico Gianni, taxista Rossi, contadino Paoli, studente Neri, pensionato Presiede il compagno Boni, tranviere”
Accusatore: “L’imputato ha confessato,
propongo sia interrogato”
Presidente: “Compagno imputato,
perchè hai commesso
questo reato?
Vuoi dirci in cosa
abbiamo sbagliato?”

Sante Notarnicola
Volterra 13 febbraio 1971 Continua a leggere »

Militant: IL LATO CATTIVO DELLA STORIA

da www.carmillaonline.com 

di Valerio Evangelisti

[A titolo di segnalazione di un libro importante, riporto ampi brani della mia introduzione all'antologia del collettivo Militant Il lato cattivo della storia, edizioni Red Star Press, Roma, 2013, pp. 288, € 16,00. Qui e qui le indicazioni per acquistare il volume on line. La Red Star Press è una cooperativa editrice di piccole dimensioni ma di grande intelligenza.]

(…) E’ da allora [dagli anni '60] che nel valore di scambio delle merci è apparsa una nuova componente: l’informazione. Decisiva nel determinare i prezzi di mercato, e dunque il profitto. Mancano le analisi in merito di parte marxista, né io sono in grado di tentarne una. Qualche ipotesi sommaria, però, posso avanzarla.

Teniamo presente che viviamo in pieno nella fase della “sussunzione reale del lavoro al capitale”. Marx poteva prevederla, ma non ancora descriverla in dettaglio, visto che ai suoi tempi non era ancora interamente operante. La “sussunzione reale” (contrapposta alla “sussunzione formale”) indica un’epoca in cui il capitale si è impossessato per intero della vita delle classi subalterne, anche al di fuori dello stretto ambito lavorativo. Il controllo è esercitato 24 ore su 24, a volte sonno incluso (nel senso di dominio sui sogni). I socialisti di una volta reclamavano “otto ore per lavorare, otto ore per istruirci, otto ore per riposare”. Nella sussunzione reale il tempo di lavoro non è separato da quello destinato all’istruzione e al riposo, che entra a far parte, come l’altro, del processo di valorizzazione. E non come fattore accessorio, ma come meccanismo indispensabile.

Basti pensare a quanto conta, nella società odierna, la televisione per orientare consumi, visioni del mondo, modelli di vita. Lo aveva ben compreso, molto prima, il cinema americano, strumento di propaganda di una way of life di stampo liberista (e promosso da uffici “di cultura” appositi sparpagliati per il mondo). Imitava, a sua volta, i tentativi in questo senso del cinema fascista e nazista, a volte efficace e persino sottile. La svolta però è un’altra, e va sotto il nome generico di “pubblicità”. Si incorpora l’informazione nel prodotto. Così – per fare un esempio rudimentale ma comprensibile – se io trovo in un supermercato una scatoletta di tonno Bartolomei e una di tonno Rio Mare scelgo la seconda. Magari il tonno Bartolomei (marca che mi invento) è migliore e costa meno. Il Rio Mare però lo “conosco”. L’ho visto in tv, ne sento ripetere il nome a tutte le ore. Mi fido: se fosse un inganno, lo avrebbero già denunciato in tanti. Ed ecco che la conoscenza, il contenuto informativo, incrementa il valore di scambio, a parità di valore d’uso.

Il quid di informazione è servito a vendere e a far digerire tante cose, dallo scatolame alle guerre. Ciò che era marginale non lo è più, nella sussunzione reale. La scatola vale quanto il prodotto, e forse più ancora. Addio all’effimero. Uno dei momenti di forza del ’77 fu il suo modo di comunicare. Slogan paradossali, uso delle radio, rinnovamento grafico e visuale. Il tutto al servizio non della sussunzione, bensì della liberazione dal suo espandersi. Riprendersi un poco delle 24 ore, con una lotta condotta anche sul fronte dell’immaginario. Di nuovo far proprie le otto ore per riposarsi, quelle per istruirsi. Quanto al lavoro, fare proprio anche quello, nei limiti del possibile. Capovolgere la sussunzione. Con la forza o con l’amore? Be’, l’amore rientrava nell’ambito privato. La scelta era una soltanto. Fu una scelta tragica ma giusta, e comunque inevitabile.

E’ una lezione, quella del ’77, che è andata perduta nel corso degli anni ’80, tra repressione feroce e tentativi di resistenza su base prevalentemente difensiva. La sussunzione dilaga con prepotenza mai vista, colonizza le menti, sopprime il discorso critico o anche solo iconoclasta, impone fantasie obbligate e una gestione del proprio vivere interamente finalizzata alla produzione. Lotte ce ne sono, ma non sedimentano né culture né un immaginario condiviso. E’ un decennio senza canzoni di protesta, senza aggregazioni, senza valori unificanti contrapposti al potere. Tutto ciò si ritrova quasi solo nei centri sociali, spesso ridotti a ghetti di periferia, e tante volte tendenti all’auto-ghettizzazione. E’ un decennio spento e silenzioso, in cui trionfa e ammutolisce tutto il frastuono della sussunzione reale imperante.

Le cose cambiano, anche se di poco, negli anni ’90, che si aprono con la Pantera (simbolo efficacissimo), da molti scambiata per un nuovo ’68. In realtà non ha la forza per esserlo davvero e, incapace di uscire realmente dalle università, si spegne in breve tempo lasciando tracce labili. Perché una resistenza creativa torni in scena bisognerà attendere molti anni, e la definitiva affermazione di Internet (preceduta dalla rete telefonica Fidonet) quale strumento di comunicazione alla portata di tutti. I giornali e giornaletti, scomparsi a decine, tornano a proliferare. Ricompare la controinformazione, altra vittima illustre del decennio. La Rete diventa un moltiplicarsi di reti, molte delle quali autenticamente antagoniste, che riescono a mettere in contatto soggetti prima divisi, se non altro, dalla distanza fisica. Pare il formarsi di aree sottratte al dominio del capitale, piuttosto lento, inizialmente, a percepire le potenzialità economiche del nuovo mezzo di comunicazione (e confermato nella propria diffidenza dalla cosiddetta “bolla informatica”).

E’ Internet un’autentica antitesi alla sussunzione? In parte sì. Aggrega, semina discussione, mette a confronto idee, rivela segreti sottratti al pubblico, avanza ipotesi di trasformazione. Parlo, ovviamente, della sua parte migliore, da cercare e scoprire tra fiumane di liquami. Ma è Internet di per sé antagonista, come credevano alcuni dei suoi alfieri iniziali? No, non lo è. Dipende dall’uso che se ne fa. Occorre un progetto politico ben definito e, più ancora, occorre che i rapporti virtuali escano dal cyberspazio e divengano solidarietà concrete, materiali.

In rete si potrebbe anche promuovere una rivoluzione tutta digitale e, una volta vinta quella, andarsene a dormire soddisfatti per avere respinto un frammento di sussunzione. Salvo risvegliarsi prigionieri, a computer spento, degli stessi rapporti di subordinazione preesistenti. Ciò non significa sottovalutare Internet o, più di recente, i social network. L’esempio di un uso realmente rivoluzionario della Rete è Seattle 1999. Internet per coalizzarsi e organizzarsi, la piazza per fare agire la forza raccolta (con ampie componenti operaie e proletarie). Alcune delle recenti rivoluzioni in area mediterranea hanno avuto una genesi del tutto analoga.

L’ha capito, in parte e con molta fatica, Beppe Grillo, che oggi si presenta astutamente come il profeta del Web. Il suo sito, graficamente orribile ma scritto in maniera brillante, è in effetti stato capace di unire molte volontà, poi gettate nell’agone politico italiano al servizio di un progetto che definirei sansimoniano (Saint-Simon proponeva una coalizione modernizzatrice di produttori, industriali e operai, uniti attraverso una nuova forma di organizzazione, i relais, le reti). Ma ogni volta che la folla così radunata si è fatta minacciosa, Grillo è intervenuto di persona a fare rientrare la protesta. A farla defluire nella sussunzione reale, rendendola valvola di sfogo da aprire e chiudere a piacere.

Il nuovo assetto del capitalismo è affrontabile solo mantenendo centrale un ancoraggio di classe, un’analisi impeccabile, una coerenza ferrea e tanta, tanta immaginazione. La valorizzazione del conflitto esige l’incorporazione dello stesso contenuto informativo che oggi è presente nella composizione organica del capitale, quale parte essenziale del capitale costante. Per dirla in maniera molto più semplice, oggi non si dà lotta di classe se la figura del ribelle non si fonde con quella del rivoluzionario, e la spontaneità fantasiosa del primo e la progettualità del secondo non smussano, nella sintesi, i loro rispettivi limiti. La sussunzione si vince così: riconquistando, uno a uno, i tre segmenti di otto ore.

(…)

C’è chi rompe il silenzio e chi persevera nell’omertà

 

Come comitato La tortura è di Stato! Rompiamo il silenzio avevamo immaginato di far uscire il nostro appello anche su Il Manifesto. Credevamo, evidentemente in maniera ingenua, che il risalto che in questi giorni il quotidiano aveva dato alla questione dell’amnistia andasse nella stessa nostra direzione, in quella cioè di creare dibattito e mobilitazione anche attorno alle vicende della tortura di Stato contro i compagni rinchiusi nelle carceri. E invece, apparentemente inspiegabilmente, Il Manifesto ci ha censurato, impedendo all’appello di aggiungere quella certa visibilità che il quotidiano poteva dare (altra prova di ingenuità, visto che ormai viene letto solo dalla redazione che lo produce e dai loro familiari). L’appello non è stato pubblicato, senza alcuna risposta se non un laconico rimando a problemi di spazio. La motivazione reale è come sappiamo ben altra. La loro è una posizione politica, e come tale va denunciata. Continua a leggere »